Larinda e Vanesio

Johann Adolf Hasse (1699-1783)

LARINDA E VANESIO

una produzione della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli

Vanesio, Leonardo Galeazzi (basso)
Larinda, Francesca Bruni (soprano)
Mauro Bronchi, la mamma
Giovanni Tintori, mimo
Graziano Sirci – Regia

Accademia Hermans
(con strumenti originali)

Fabio Ciofini
clavicembalo e direzione


Nel fecondo panorama musicale della Napoli del primo Settecento, Johann Adolf Hasse, il “caro sassone”, compositore tedesco di nascita, italiano per sensibilità, ebbe un ruolo di primissimo piano.

Nato nei pressi di Amburgo e lasciata la Germania alla fine del 1721, sarà proprio nella città partenopea che il compositore avrà la sua affermazione, segnando i primi significativi passi di una carriera che lo condurrà nei teatri di Venezia, Vienna, Dresda e del resto d’Europa. Negli otto anni napoletani il compositore tedesco avrà infatti modo di completare la sua formazione (con Nicola Porpora e con Alessandro Scarlatti, di quest’ultimo essendo uno dei rari allievi certi) e di debuttare, nel 1825 al Teatro San Bartolomeo, con la serenata Marc’Antonio e Cleopatra, solo il primo dei suoi successi. Tra questi vanno senz’altro citati gli otto intermezzi scritti tra il 1726 e il 1730 per altrettante sue opere serie: un contributo fondamentale alla storia del genere, che proprio in quegli anni rompe ogni residuo legame con l’opera maggiore (per esempio utilizzando come protagonisti personaggi umili con ruoli secondari nell’opera seria che fa da “cornice”) e raggiunge la sua autonomia. Il fortunato catalogo fu aperto, nel dicembre del 1726, da L’artigiano gentiluomo ovvero Larinda e Vanesio, intermezzi comici in tre parti, per l’opera seria L’Astarto, come prassi dello stesso Hasse.

Il libretto di quella che sembra essere una piccola commedia borghese in nuce (anonimo, ma per molti attribuibile ad Antonio Salvi) è tratto dal precedente Il bottegaro gentiluomo dello stesso Salvi, libretto per la musica di Giuseppe Maria Orlandini, andato in scena al Teatro alla Pergola di Firenze nella stagione 1721/22 e ispirato a Le bourgeois gentilhomme di Molière (con il titolo di Il bottegaro gentiluomo gli intermezzi vengono ripresi al Teatro Sant’Angelo di Venezia nel 1730). La storia, ambientata in una casa di città, in Italia, narra delle vicende di Larinda, una ragazza di modeste origini, che mira a sposare il vecchio e ricco Vanesio. Attraverso un sapiente gioco di travestimenti e a qualche astuzia femminile, la fanciulla riesce, infine, a raggiungere il suo scopo. Una trama esilissima, come tipico del genere, che offre il destro a tutta una serie di topoi del teatro comico che dovettero giovarsi non poco della maestria dei protagonisti della prima, vere e proprie star del Teatro San Bartolomeo che la ospitò.

Vanesio era infatti Gioacchino Corrado, “virtuoso della real cappella di Napoli”, basso buffo attivo in città dall’inizio del secolo praticamente senza interruzioni e protagonista della quasi totalità delle opere comiche del San Bartolomeo (e, in parte, del Teatro dei Fiorentini). Larinda era Celeste Resse, in coppia fissa con Corrado dal 1725 al 1732 (dopo Sara Marchesini e prima di Laura Monti), poi trasferitasi in Inghilterra. I due costituirono una coppia di grandissima fama, finendo per identificarsi con la stagione d’oro degli intermezzi napoletani, di fatto almeno fino a quel 1737 che segna la chiusura del San Bartolomeo (e l’inaugurazione del Teatro di San Carlo). Ma il modello di Hasse e della scuola napoletana era destinato a essere seguito almeno fino alla metà del secolo: con titoli diversi (L’artigiano gentiluomo, Il bourgeois gentilomes – sic! – La baronessa d’Arabella, Der Handwerksmann ein Edelmann) gli intermezzi di Larinda e Vanesio continuarono a essere presenti nei teatri europei fino alla metà degli anni ’50.

Silvia Paparelli

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